Una giornata di gioia annunciata
Ognuno di noi, in maniera più o meno consapevole, aderisce ad un modello interiore che è frutto di una serie di mediazioni tra il mondo esterno e quello interiore.
Ognuno di noi tiene per sé, ovvero ancor meglio mette da parte per la costruzione dell'adulto che sarà, tutto quello che di più lo fa vibrare dentro. Il problema è che queste vibrazioni cambiano con il tempo e quindi la ricerca non finisce mai, non esiste mai la versione definitiva di noi stessi (per fortuna).
Se fossi un informatico direi che la nostra personalità fa continui upgrade, cerca sempre di migliorarsi. Anche chi ha trovato una propria stabilità e smette di cercare, in realtà lascia agire un modello finché funziona: questa è la famosa comfort zone.
Ma noi chi siamo veramente? Pirandello direbbe uno, nessuno e centomila, Shakespeare direbbe che noi siamo sempre stati le persone complesse che siamo diventate. Io propendo molto per la visione di Shakespeare perché questo mi scrolla di dosso l'idea che quando uno si evolve non può più tornare indietro.
Infatti se noi siamo sempre state le persone che siamo diventate vuol dire che in noi, anche solo in embrione, tutte le nostre versioni già si potevano intuire e che solo la qualità delle nostre esperienze smussa, raffina e cesella il nostro carattere, ma di certo non lo stravolge.
Questa visione shakespeariana è l'unica che possa spiegare fino in fondo quello che è successo sabato due dicembre duemilaventitré.
Ho passato una giornata di gioia annunciata: il primo pranzo di classe con i compagni del liceo a trentatré anni dalla maturità. Nei termini dell'informatico ho fatto un downgrade per un giorno. Nei termini di Pirandello ho lasciato agire in me un ruolo che avevo dismesso da trentatré anni.
I risultati sono stati sorprendentemente piacevoli. Intendiamoci non che io non fossi capace di prevederlo, ma la facilità con la quale i miei compagni di classe del liceo, molti dei quali persi di vista dalla maturità, si siano ritrovati insieme a me a riprendere i discorsi così come li avevamo lasciati nel 1990, è stata un valido esempio di come tante sovrastrutture messe in piedi con tanti anni di esperienza, possano essere dismessi alla bisogna per poi essere indossati di nuovo dopo aver chiuso la parentesi.
Quello che è successo nel frattempo è tutta un'altra storia: noi tutti ingegneri, farmacisti, baristi, liberi professionisti, insegnanti, funzionari di stato, amministratori comunali, commercianti, avvocati, ispettori del lavoro, impiegati in fabbrica, designer, madri, padri, single, dimentichi di ogni ruolo sociale scelto o assegnato, torniamo semplicemente studenti liceali, recuperando negli scantinati delle versioni di noi ormai passate, le attitudini, le battute, la goliardia ed anche l'energia di chi eravamo stati in quegli anni.
Si proprio in quegli anni ogni istante era foriero di desideri e di conseguenze imprevedibili, tutte belle, tutte figlie dei mirabolanti anni Ottanta. Tutto sembrava possibile. Ogni lieto fine sembrava potersi materializzare da un momento all'altro. Come quando, senza alcun preavviso, vedemmo con gioia immensa il muro di Berlino crollare. Eravamo increduli! Per noi era come assistere alla morte dell'Uomo Nero che tanto aveva tormentato i nostri sonni di adulti nascenti. Tutti pensammo: "e adesso?". Eravamo tanto abituati a quel mondo bipartito (buoni e cattivi così precisamente separati, Rocky e Ivan Drago, I Tornado e i Mig, I blù e i rossi) che nelle nostre menti non riuscivamo ad immaginare un mondo diverso. Forse non lo avevamo proprio contemplato nei nostri sogni.
Ebbene, anche se a modo nostro, sabato due dicembre duemilaventitré, noi ragazzi della sezione E (1985/1990) del Liceo Torlonia di Avezzano, abbiamo demolito il muro un'altra volta. Abbiamo dimostrato di poter rimanere maturi e tornare ragazzi al tempo stesso. Senza retrocedere di un passo abbiamo riso fino a sbellicarci, abbiamo chiarito qualche ruggine passata, abbiamo inevitabilmente pensato ai tre compagni di classe che Dio ha voluto richiamare a sé. Alfredo, Massimo e Marco. Al termine dell'adunanza c'è voluto un bel po' per lasciarci andare. Alla fine lo abbiamo fatto sapendo che il novero delle possibilità future gioca ancora a nostro favore per nuovi incontri e nuove risate.
Per questo dico: Grazie! Grazie di cuore a tutti voi.
P.S.: mi sono ostinato a scrivere (come l'italiano corretto vorrebbe) i numeri in lettere per far capire alla prof. di Lettere del Ginnasio che ho imparato la lezione. Infatti non aver accentato la lettera e di Ventitré mi costò mezzo voto in quinta ginnasio, l'unico neo di una versione altrimenti perfetta: voto 7 e mezzo, per un solo accento dentro il quale si celava l'insegnante che sarei diventato. Grazie anche per questo!
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