Liceo del Made in Italy: si può fare?
Una delle faccende che più mi tiene avvinto dalla scorsa primavera è la decisione del Governo attuale di istituire il Liceo del Made in Italy.
Questa scelta è stata posta alla mia attenzione in quanto una parte del disegno di Legge prevede che il Liceo Economico Sociale (per brevità in futuro LES) dove ho il piacere di insegnare, venga inglobato in questa nuova e (mi si permetta l’eufemismo) curiosa aggregazione.
Qualche malevolo starà già pensando: - ecco l’ennesimo prof a cui hanno sottratto l’osso di bocca che pontifica sui mali della scuola odierna.
Ebbene non sono ascrivibile a questa categoria, perché la mia condizione di insegnante di lettere rimarrebbe immutata. Se anche io fossi toccato da questa riforma, non mi sognerei mai di schierarmi per difendere semplicemente la cattedra che occupo. Infatti sono approdato nel mondo dell’insegnamento dopo aver passato dodici anni, con alterne fortune, nel mondo delle aziende italiane ed ho riflettuto sinceramente su natura, sviluppo e fisiologia di loro pertinenza.
La mia prima reazione all’istituzione del Liceo del Made in Italy è stata entusiastica, non fosse altro che per moto di nostalgia degli anni passati in giro per l’Italia, ma poco dopo mi sono chiesto che tipo di “patente” si possa ottenere al termine di un simile percorso scolastico che non possa essere conseguita diversamente e la ricerca della risposta “ancor non m’abbandona”. Si, ho letto la bozza del disegno di legge ma non ho trovato nulla che possa giustificare veramente un simile percorso di studi.
Il grande merito di questa proposta risiede proprio nell’aver acceso un dibattito (forse confinato a noi addetti ai lavori) foriero di riflessioni sapide e condivise dal più ampio pubblico possibile.
In questo articolo espongo la mia convinzione che il LES debba sopravvivere e che il liceo del Made in Italy abbia ragion d’essere solo in un preciso ambito e se si parla dell’arricchimento dell’offerta formativa all’interno del Sistema di Istruzione e Formazione Nazionale.
Il Les, pur tra mille difficoltà, si è ritagliato un ruolo prezioso nel panorama scolastico italiano grazie alla sua capacità di coniugare il genius loci (quindi la vocazione dei tanti territori italiani) con le necessarie e preziose conoscenze derivanti dallo studio delle Scienze Umane. In questa sede non mi soffermerò sulle notevoli esperienze da raccontare nella decennale vita dei LES, mi basta sottolineare come centinaia di docenti motivati hanno letteralmente fatto decollare un Liceo nuovo. Poiché non ho una visione edulcorata della realtà, non ignoro i tanti punti da migliorare ma questo rende ancora più prezioso il valore dei punti di forza, primo dei quali è la vera attuazione della sussidiarietà orizzontale che questo Liceo meglio di altri ha saputo perseguire, specie con il tessuto produttivo locale.
Il liceo del Made in Italy, per ammissione di chi lo ha istituito, serve a fornire figure professionali al servizio dell’impresa italiana e a tale scopo ha perfino previsto di Istituire una fondazione (a me puzza un po’ di banca ma è solo una mia percezione). Quindi il liceo del Made in Italy intende qualificarsi come bacino primario di risorse umane pronte per lavorare nelle aziende caratteristiche del Made in Italy (Moda, Lusso, Motori, Enogastronomia, Design)
Riconosco l’assoluta buona fede di chi ha elaborato questo percorso ma il mio compito è quello di evidenziarne i limiti e quello di fare proposte alternative, visti gli ingenti fondi destinati all’uopo.
Il cuore pulsante di questo intervento è una riflessione sulle caratteristiche del Made in Italy, sui fattori critici di successo e sui relativi limiti che ne hanno connotato il funzionamento nel tempo.
Vorrei riferire in questa sede l’esperienza dei fondatori del gruppo IMAC s.p.a, largamente esemplificativa di quanto si affermerà in seguito, come debito di gratitudine nei confronti di un imprenditore di successo per il quale ho lavorato per diversi anni.
Renato Mazzocconi e suo fratello David, rimasti orfani fin da ragazzi nelle Marche degli anni del miracolo italiano, partendo dalla loro buona volontà, osservando gli artigiani iniziano a fare fondi per le calzature, lottando ed investendo di anno in anno si ingrandiscono, conquistano la fiducia degli operatori di settore fino a diventare una azienda calzaturiera di primo livello. Agli inizi degli anni Duemila acquistano il famoso brand di calzature per bambini Primigi (da UBS) e diventano i primi produttori di calzature del mercato italiano (7 milioni di paia di scarpe all’anno), licenziatari di tessuti tecnici statunitensi, proprietari di sei stabilimenti produttivi con duemila dipendenti diretti e seimila nell’indotto. Potrei dire molte cose su questa singolarità, su come un perito chimico sia divenuto un best player del mercato calzaturiero, ma invece mi piace far notare come questa singolarità, in Italia è accompagnata da tante altre singolarità in questo ed altri campi. Da Nero Giardini a Moretti Polegato (Geox), da Cesare Paciotti a Cucinelli, da Luxottica a Scavolini. Ognuno con una storia singolare, irripetibile eppure immancabilmente italiana.
Visto che parliamo delle virtuose singolarità italiane ho creduto di poter trarre spunti leggendo le biografie dei principali capitani del Made in Italy. Ne avevo già il sospetto ma mettendo in luce la loro formazione con quello che hanno realizzato nella vita emergono alcune ricorrenze che per ora lasciamo sospese.
Leonardo Del Vecchio: orfano in giovane età, garzone di bottega, successivamente fondatore di Luxottica, 80.000 dipendenti. Titolo di studio: Accademia di Brera (incisore).
Luisa Spagnoli: Fondatrice di Perugina, inizia la propria attività rilevando una drogheria a Perugia. Titolo di studio: non pervenuto.
Giorgio Armani: Fondatore dell’omonima casa di moda, inizia la propria attività come commesso della Rinascente. Titolo di studio: Liceo, ha interrotto l’Università al terzo anno di Medicina.
Valentino Garavani: fondatore di Valentino, ha sempre voluto fare abiti ed ha iniziato in una scuola per modellisti sarti.
Enzo Ferrari: Fondatore del più grande marchio automobilistico del mondo, ha iniziato come garzone all’officina di carpenteria metallica del padre, poi operaio metalmeccanico a Torino. Avrebbe voluto fare il cantante lirico, il giornalista sportivo o il pilota di automobili. Titolo di studio: non pervenuto. Nel 1960 riceverà il titolo honoris causa di Ingegnere meccanico.
Brunello Cucinelli: Fondatore del maglificio di lusso Cucinelli. Titolo di studio Geometra.
Ferruccio Lamborghini: Fondatore del Marchio Lamborghini, ha prodotto trattori, bruciatori per caldaie, condizionatori, auto sportive di lusso. Ha studiato tecnologie industriali a Bologna ed ha iniziato a lavorare come riparatore di motori nell’esercito.
Gianni Versace: Fondatore del noto marchio di moda, ha iniziato come garzone nella boutique di sua madre (sarta e proprietaria dell’attività commerciale di Reggio Calabria). Titolo di studio: licenza media (non portò mai a termine gli studi del liceo classico, abbandonato per trasferirsi nella Milano della moda).
Battista “Pinin” Farina: creatore del gruppo Pinifarina, dopo la scuola elementare inizia a lavorare come carrozziere. Titolo di studio Licenza elementare.
Raul Gardini: Capitano d’impresa di grandi gruppi della chimica e chimica degli alimenti. Titolo di studio perito agrario.
Mario Moretti Polegato: fondatore di Geox. Laureato in enologia e giurisprudenza
Renzo Frau: fondatore di potrone frau. Ha iniziato come agente di commercio. Titolo di studio: non pervenuto.
Valter Scavolini: fondatore di Scavolini cucine. Dei suoi studi non sappiamo nulla ma riferiamo le stesse sue parole riportate nella rivista ufficiale di Confindustria Marche di febbraio 2011: - Venendo dal nulla, devo il mio successo anche a tutti coloro che hanno collaborato con la nostra azienda e, più in generale, al territorio in cui vivo e lavoro.[1]
Guicciardini evidenziava tra le principali caratteristiche della penisola a lui coeva il particolarismo, riconoscendo la molteplicità di sfaccettature e di territori. Spesso si sente dire che l’Italia è un paese con sessanta milioni di Presidenti del Consiglio, con sessanta milioni di allenatori di pallone etc.
Ebbene è vero, l’Italiano si sente chiamato in causa, l’Italiano vuole capire, l’Italiano gesticola quando parla, l’italiano è tuttologo. Poiché non ci interessa sfatare o avvalorare la fucina di luoghi comuni che ci riguardano, limitiamoci a dire che l’imprenditoria italiana è la logica conseguenza di un retaggio storico, di una conformazione geografica, di un insieme di differenze che alla fine fanno emergere l’individuo nel bene e nel male.
Il Made in Italy non è frutto di un sistema paese, non è frutto di una politica economica consapevole della propria forza, non è nemmeno frutto del caso ma è la realizzazione della “visione”[2] di ogni singolo individuo che ha determinato l’affermazione nel mondo del concetto stesso di Made in Italy.
Analizzando i tratti comuni degli imprenditori che hanno costruito l’immagine dell’Italia nel mondo emergono alcuni aspetti che parlano anche di noi, di come siamo come Nazione e come Popolo.
L’imprenditore italiano pienamente realizzato ha conseguito il successo in generale lontano dai banchi di scuola o in campi per i quali non aveva (perlopiù) conseguito specifici titoli di studio.
L’imprenditore del Made in Italy nasce “affamato”[3], in famiglie piccolo borghesi, contadine ed operaie. Impara fin da bambino a misurarsi con il lavoro di bottega.
L’operatore economico italiano possiede un livello di energia di gran lunga superiore alla media, è infaticabile esecutore, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andar via.
Il Made in Italy è un mosaico di singolarità, tutte diverse l’una dall’altra, quasi tutte destinate a cambiare segno all’esaurirsi del capostipite. Per questo è difficile trovare dei successori: la componente personale è inscindibilmente legata alla qualità del proprio core business. Nel migliore dei casi possiamo ritrovare in un erede la medesima energia, in grado di ritagliarsi degna occupazione all’interno dell’azienda; nel peggiore dei casi interverrà un fondo bancario straniero, opererà una ristrutturazione aziendale (tagli al personale produttivo) e ad operazione avvenuta rivenderà al migliore offerente, uccidendo di fatto la “visione” del fondatore ma conservandola sotto formaldeide per mostrarla integra (ma morta) agli occhi dei compratori di turno. Tra questi due estremi (successione positiva in famiglia e finanziarizzazione del progetto imprenditoriale) ci sono di mezzo gli altri gradi che qui non interessano.
In allegato al presente scritto il lettore trova i link alle biografie dei capitani di impresa citati affinché possa percorrere la mia stessa strada, che evidenziano bene la genesi e la struttura dei vari “Brand” ma dai quali si evince un dato certo: non serve questo tipo di liceo del Made in Italy ma serve un sostanzioso investimento ed un profondo meccanismo di riforma della formazione professionale.
Da quando sono state depotenziate[4] le scuole di formazione professionale a carattere statale si fatica a trovare maestranze: è sempre più difficile trovare giovani falegnami, idraulici apprendisti, sarti e modellisti, non ci sono tornitori, non ci sono operai di meccanica specializzata, non ci sono artigiani in grado di non far disperdere il patrimonio di esperienza e competenza accumulato dai loro predecessori.
Il liceo del Made in Italy deve somigliare ad un’officina più che ad un aula. Se pensate che questa sia una visione sminuente allora non avete mai fatto lavori manuali. I campi di maggiore successo dei prodotti italiani sono tutti fortemente caratterizzati dall’inimitabilità, dalla specificità delle materie prime e dei semi-lavorati (pensate alle farine). Il Made in Italy si concretizza tutti i giorni dentro le nostre cucine dove ai fornelli centomila cuoche possono cucinare la medesima pietanza ma ognuna con la personalizzazione (irripetibile e segreta) legata a quello specifico territorio a quella specifica famiglia. Il valore aggiunto dell’essere Italiani risiede nel conoscere in profondità la propria storia personale, quella del posto in cui si è nati, in cui si è vissuti. Una storia interstiziale, residuale se si pensa alla “Storia” dei libri di testo ma che invece è una parte di essa. Questa faccenda del rapporto tra storia locale e storia generale può essere assimilata ad un uomo che osserva un quadro di un pittore. Da lontano lo sfondo del quadro ha il colore del rame imbrunito ma avvicinandosi scopre che l’autore per conferire quel colore ha dato delle pennellate secondarie, sottili e percettibili solo ad uno sguardo attento di giallo paglia, di azzurrino, di verde e di rosso. Tutti gli studiosi di storia sanno bene che la forma dei documenti cancellereschi è immutata nel tempo ma il contenuto è una storia diversa ogni volta. Così tutti gli studiosi del Made in Italy sanno bene che gli imprenditori hanno parabole simili ma quello che realizzano è tutta un’altra storia.
Quindi ho ritenuto di rispondere in questo modo alla domanda inerente il liceo del Made in Italy: la scuola italiana non può sfornare Capitani d’impresa semplicemente perché la componente personale è troppo forte. La scuola italiana può mantenere attivo l’humus culturale da cui i futuri imprenditori possano trarre nutrimento. La scuola italiana ha il dovere di prendere in consegna un deposito di esperienza proveniente dalle maestranze di tutti i tipi e renderlo disponibile ai talenti futuri. In fondo di capitani di impresa, per un’imponderabile concomitanza di fattori, ne troviamo uno ogni centomila persone, ma nel frattempo avremo fomentato la nascita di tanti eccellenti artigiani che trarranno piena soddisfazione dall’esercizio dei propri mestieri. Spesso ci dimentichiamo che la stragrande maggioranza della forza lavoro italiana è impiegata presso la medio-piccola impresa. Quindi è qui che dobbiamo concentrare i nostri sforzi, è qui che un eventuale liceo del Made in Italy deve trovare il principale portatore di interesse.
[2] In economia il termine Vision esprime la concezione del mondo che l’imprenditore intende realizzare attraverso la propria azione economica. Ho preferito utilizzare il termine visione perché nella nostra lingua assume anche una connotazione metafisica, allargata e disincarnata rispetto al mero guadagno.
[3] Si riprende qui il motto attribuito a Steve Jobs “stay hungry, stay foolish” che però l’Italia del secondo dopo guerra ha incarnato meglio di chiunque altro.
[4] Spesso si pongono davanti al cittadino questioni di natura economica per legittimare il taglio dei fondi scolastici, per giustificare riduzione di cattedre, di orari, di strutture. Il mio parere, modesto ma irremovibile è che il primato spetti alla politica e non all’economia. Purtroppo oggi i governanti si comportano in maniera subordinata all’economia.
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